FARFALLE E URAGANI: LA RIMODULAZIONE SPAZIALE

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FARFALLE E URAGANI: LA RIMODULAZIONE SPAZIALE

Farfalle e uragani: la rimodulazione spaziale.

Il social distancing è ormai un fenomeno che fa parte della nostra quotidianità. Usciamo di casa e pensiamo al distanziamento, entriamo in un bar e guardiamo subito chi ci sta dentro, per la strada controlliamo che nessuno si avvicini oltre una certa soglia.

Ma che cos’è veramente la distanza? Vado alla definizione del dizionario e leggo: la lunghezza del tratto di linea retta che congiunge due punti (e che s’identifica col concetto del minimo percorso tra questi), o, più genericamente, la lunghezza del percorso fra due luoghi, due oggetti, due persone.

Partendo quindi da questo dato fisico – geometrico capisco che la distanza implica in qualche modo una separazione fra due entità e richiama ad uno spazio in mezzo: è quel metro, quel percorso, quel tratto che mi separa da qualcosa o da qualcuno. Ma siamo sicuri che quando ci allontaniamo da un corpo creiamo semplicemente una distanza? non si tratta piuttosto di una riorganizzazione dello spazio condiviso?

Ci siamo chiesti di cos’è fatta questa aria che sta in mezzo tra me e quel qualcosa, tra me e quella persona?  Qual è la sua materia? La sua qualità? O pensiamo semplicemente a una zona inerte?

In questi giorni quando camminiamo su un marciapiede e incrociamo qualcuno l’intenzione diffusa è quella di porre una lunghezza di tratto, di diventare due punti separati e avulsi dallo spazio come se abitassimo su un piano cartesiano, ovvero di istituire un vuoto tra il nostro corpo e quello dell’altro senza interrogarci sul che cosa sia davvero fisicamente questo vuoto.

Questo vuoto infatti non è un buco nero, non è un’assenza, ma uno strato attraversabile ed attraversato: l’aria che viaggia tra corpo e corpo è di fatto un conduttore che veicola informazioni. Ogni nostra più piccola azione è sempre e costantemente perturbata dalla presenza degli altri corpi: indipendentemente dalla distanza, espressa in centimetri o in metri, o in chilometri i corpi saranno necessariamente e costantemente sempre in comunicazione.

L’incontro non è un corpo a corpo, ma piuttosto un corpo e un corpo. Dalla stessa distanza infatti posso percepire sentimenti e intenzioni molto diverse: sospetto, complicità, paura o ironia, non  dipende dalla distanza, ma dall’informazione trasmessa. Il marciapiede quindi è a suo modo una sala danza a cielo aperto che può insegnarci molto sulle modalità di relazione del corpo singolo e del corpo collettivo. 

Non esiste realmente la distanza, è una convenzione, un’invenzione sociale, esistono semplicemente diversi modi di comunicare spazialmente con un altro corpo: a un centimetro si instaura un tipo di relazione, ad un metro un altro, a dieci metri un altro ancora.

Guardando le strade penso che il cambio dovrebbe essere di paradigma: quanto sarebbero cambiati i nostri atteggiamenti se ci avessero parlato di una rimodulazione spaziale tra corpi o non di un distanziamento sociale

Significa che passo vicino a qualcuno e non mi devo difendere dal suo sguardo contagioso, ma quasi stare con una nuova regola del gioco: rimodulazione a un metro! 

I danzatori lo sanno: quello spazio in mezzo è materia viva e non può essere obliterata nell’idea che siamo due punti galleggianti nel nulla. I nostri corpi – composti per l’0ttanta per cento d’acqua – sono solo degli addensamenti materici nel campo spaziale eppure, allo stesso tempo, potentissimi trasmettitori di energia che possono modificare la qualità del campo. Pensiamoci prima di abbassare lo sguardo, aggiustare la mascherina, cambiare strada. Regaliamo un sorriso al vicino, giochiamo a perturbare (benevolmente!) il campo. 

 Ce lo ricordiamo che il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo? Non è esattamente questa la lezione dal virus? 

Marta Zacchigna

Marta Zacchigna

Marta Zacchigna è danzatrice, autrice, insegnante di danza contemporanea e titolare di Dancing House Trieste. www.dancinghouse.it

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