LA STANZA CHE CI HA RESO UMANI

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LA STANZA CHE CI HA RESO UMANI

Questa è una mia riflessione sul fare danza contemporanea in una stanza. La prima domanda che mi sto facendo ora è: che cos’è una stanza?

Leggo

Ciascuno degli ambienti delimitati da pareti, che costituiscono l’interno di un edificio.

E leggo ancora:

luogo dove si dimora, dove si sta“.

Come sempre i dizionari sono illuminanti. Il mio pensiero corre a tutte le stanze in cui abbiamo dimorato, anche solo per poco tempo, nella nostra vita, a quegli spazi delimitati che in qualche modo abbiamo trattenuto nella nostra memoria, a tutte le camere indimenticabili della nostra vita: la stanzetta della nostra infanzia, la nostra prima casa, l’aula di scuola, la palestra di quando eravamo bambini, la cucina dove la nonna ci preparava il pranzo.

Potremmo ripercorrere tutta la nostra biografia a partire dalle stanze che abbiamo frequentato più o meno volentieri. E ci ricordiamo anche chi c’era con noi in quei perimetri spaziali nelle diverse stagioni: gli amici, i fratelli, gli amanti, gli animali, le piante, gli oggetti.

Chissà se ci sono ancora quelle stanze, chissà se le rivedremo un giorno, se e quanto saranno cambiate? Ma forse in fondo non importa sappiamo che sono diventate in qualche modo camere interne sempre visitabili.

Stanza: luogo dove si sta, dove si rimane. Già. La stanza è anche quel luogo dove in qualche modo mi raccolgo, mi ridefinisco in un certo modo. Mi chiudo in una stanza. Il mondo in una stanza. Una stanza tutta per me. La parola stessa “stanza” è calda e rassicurante e allo stesso tempo suona come qualcosa che separa, nomina, confina.

Mi sposto allora alla sala dove danziamo in Dancing House, e mi chiedo cosa rappresentava per noi quel luogo? quello spazio unico e indivisibile capace di contenere un’esperienza così speciale, la danza dei corpi, che è sempre individuale e collettiva insieme.

Che cos’è davvero questa sala danza che ora improvvisamente non possiamo più abitare? Forse molto di più di quello che pensavamo: un corpo, con le sue forme, le sue luci, i suoi colori, un tempo, unico e irripetibile, l’ora di lezione, un simbolo perché divideva un dentro e un fuori, un ordinario e uno straordinario, una narrazione, perché conteneva il racconto inesauribile dei corpi, un’energia perché conteneva quelle forze uniche e singolari.

E ora? Ora che ognuno è relegato in qualche modo nel suo personale perimetro? Cosa è cambiato?  Ora che il respiro è diventato pericoloso, il contatto vietato, anche lo sguardo è cambiato, qualcosa si è impossessato di noi, una voce sottile ci dice che forse non tutto tornerà come prima. Andrà tutto bene, scriviamo sulle lenzuola con colori arcobaleno, ma cosa vuol dire bene? l’idea di bene (le priorità, le cose importanti, i valori del nostro quotidiano)  è davvero la stessa di prima? E quel tutto? è quello di prima o forse lo abbiamo ridimensionato? Forse quel tutto a cui tendavamo voracemente è diventato oggi “solo” un saluto, una voce, un pasto insieme, una birra con gli amici, un sorriso a un genitore ritrovato.

Ma c’è una cosa buona che questa crisi ha insegnato, e lo ha fatto esattamente con la modalità della crisi: dividendo un prima da un dopo. Nella corsa sfrenata del disumano, il distanziamento fisico sì è imposto come una lezione dall’alto e ci ha ricordato che siamo ancora umani. Troppo Umani. E che cos’è l’umano? Quel quid che esonda, anche sulla strada, che chiede di uscire, di incontrare, di unirsi, di mescolarsi. Diventati piccoli e bidimensionali in videoconferenza, isolati nella nostra casa, abbiamo capito cos’è la perturbazione di un corpo vicino. E quanto vale.

La tecnologia dell’uomo è ancora insuperata. La macchina più evoluta non può  trasferire le informazione sofisticate che viaggiano tra i corpi. E non parlo solo di odori o di rumori, di pelle, di respiri, parlo di tutte quelle piccole intenzioni, di quei brevi non detti, delle conversazione sotterranee tra corpi che il video non potrà mai tracciare, codificare, trasferire. Quel linguaggio arcano è solo nostro. Quella magia è solo dentro ad una stanza.

Allo stesso tempo però ci siamo accorti, cercandoci, dichiarando il nostro bisogno di incontro che le stanze che abbiamo edificato al nostro interno, saranno sempre accessibili. Ecco cosa ho capito: la lezione di danza in video è diventata oggi così importante non perché ci fa sentire vicini, siamo lontani, e lo sappiamo bene, ma perché ci da prova del fatto che abbiamo costruito una stanza collettiva indistruttibile, quella della memoria condivisa.

Esiste una lezione di danza più profonda di questa?

Marta Zacchigna

Marta Zacchigna

Marta Zacchigna è danzatrice, autrice, insegnante di danza contemporanea e titolare di Dancing House Trieste. www.dancinghouse.it

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